Il notiziario della Parrocchia di Cerese Comunità di Cerese

Natale 2004

 
«Il pane vivo disceso dal cielo»

Gesù dice così parlando di sé nella sinagoga di Cafarnao ( vedi Gv.6,51). Il Natale che celebriamo cade nell'anno dell'Eucaristia, inaugurato dal Papa lo scorso ottobre: per questo vi chiedo di riflettere un po' con me sul legame che c'è tra il mistero dell'incarnazione, del farsi carne di Dio, e l'Eucaristia.
Partiamo da due esperienze che tutti più o meno sperimentiamo nella nostra vita: il senso di solitudine, di vuoto che a volte ci prende e il senso di stanchezza, di spossatezza, di non essere all'altezza di fronte agli impegni, ai compiti, alle prove che la vita ci riserva.
L'esperienza della solitudine dipende molto dal ritmo e dallo stile di vita in parte imposto a noi, in parte da noi scelto: ritmi incalzanti, relazioni poco significative, senso di frammentazione in tante situazioni diverse e difficilmente riconducibili ad unità. Alla fine quando ci fermiamo un po' a pensare ci assale una domanda: che senso ha tutto questo correre? Chi si prende cura di me? Per chi e per che cosa sto vivendo? Certamente ci sono delle persone per le quali viviamo: la moglie, il marito, i figli, un amico. Eppure anche la dedizione a queste persone, ha bisogno di essere sostenuta da un senso più alto e più profondo, ha bisogno di essere alimentata da un amore più forte, più grande del nostro povero amore.
Ecco il dono del Natale: il bambino che adoriamo nella stalla di Betlemme è il DIO-CON-NOI, è Dio stesso che entra nella nostra storia con la semplicità e la delicatezza di un bambino per condividere tutto della nostra vita, per non lasciarci soli e abbandonati a noi stessi neppure quando ci cacciamo nei vicoli ciechi del nostro peccato: Lui che è senza peccato è stato reso peccato dal Padre perché noi fossimo in Lui giustificati.
Il bambino che adoriamo è, come annunciano gli angeli, il nostro SALVATORE. Sì, abbiamo bisogno di essere salvati, strappati dal non senso, liberati dall'incapacità di amare, Non ce la facciamo a salvarci da soli, a bastare a noi stessi. Solo l'Emmanuele, il Dio-con-noi, nella misura in cui lo accogliamo realmente nella nostra vita e nella nostra persona, ci libera dalla solitudine dal vuoto che ci minaccia.
E questo bambino nasce a Betlemme, che significa in ebraico "casa del pane". Il Verbo si fa carne nel grembo di Maria per essere pane vivo disceso dal cielo, pane che alimenta la nostra vita, pane che sostiene la nostra fatica, pane che dà sapore allo scorrere dei giorni, pane che ci rende fratelli, che fa di tutti noi un solo corpo.
La seconda esperienza di cui parlavamo poco sopra è quella del senso di stanchezza, la paura di non farcela, di non essere all'altezza delle nostre responsabilità, dei compiti che ci sono affidati nella vita. Ci sono dei momenti, e questi capitano sempre più spesso oggi, in cui abbiamo la percezione di non farcela più, di non poterne più. Come accadde al profeta Elia, perseguitato a causa della sua fedeltà al Dio di Israele, fuggito nel deserto, desideroso di morire per essere liberato da quella prova troppo pesante. Proprio nel momento in cui sperimentò questa crisi profonda, svegliatosi trovò accanto a sé delle focacce di pane e un po' d'acqua e udì la voce di Dio che gli suggerì: "Alzati e mangia". Così, nutrito e corroborato da quel pane, giunse alla santa montagna di Dio, l'Horeb dove Dio gli si manifestò nella "voce di silenzio".
Anche noi, spesso provati dalla vita, abbiamo bisogno di nutrirci di questo pane, che è Gesù Cristi presente nel Sacramento dell'Eucaristia nell'atto di donarsi al Padre per la vita del mondo.
Accogliendo con stupore e riconoscenza questo immenso dono di Dio, anche noi riceviamo la forza di "farci dono", di donare la nostra vita a Dio e ai fratelli.
Sia questo il nostro Natale di quest'anno e allora sarà davvero un BUON NATALE!
Auguri carissimi a ciascuno di voi!
                                         Don Paolo, Don Nando, Don Simone
 

 

www.parrocchiadicerese.it    (agg.  25/03/2005 )
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