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«Il
pane vivo disceso dal cielo»
Gesù
dice così parlando di sé nella sinagoga di Cafarnao ( vedi Gv.6,51). Il
Natale che celebriamo cade nell'anno dell'Eucaristia, inaugurato dal Papa lo
scorso ottobre: per questo vi chiedo di riflettere un po' con me sul legame
che c'è tra il mistero dell'incarnazione, del farsi carne di Dio, e
l'Eucaristia.
Partiamo da due esperienze che tutti più o meno sperimentiamo nella nostra
vita: il senso di solitudine, di vuoto che a volte ci prende e il senso di
stanchezza, di spossatezza, di non essere all'altezza di fronte agli impegni,
ai compiti, alle prove che la vita ci riserva.
L'esperienza della solitudine dipende molto dal ritmo e dallo stile di vita
in parte imposto a noi, in parte da noi scelto: ritmi incalzanti, relazioni
poco significative, senso di frammentazione in tante situazioni diverse e
difficilmente riconducibili ad unità. Alla fine quando ci fermiamo un po' a
pensare ci assale una domanda: che senso ha tutto questo correre? Chi si
prende cura di me? Per chi e per che cosa sto vivendo? Certamente ci sono
delle persone per le quali viviamo: la moglie, il marito, i figli, un amico.
Eppure anche la dedizione a queste persone, ha bisogno di essere sostenuta da
un senso più alto e più profondo, ha bisogno di essere alimentata da un
amore più forte, più grande del nostro povero amore.
Ecco il dono del Natale: il bambino che adoriamo nella stalla di Betlemme è
il DIO-CON-NOI, è Dio stesso che entra nella nostra storia con la
semplicità e la delicatezza di un bambino per condividere tutto della nostra
vita, per non lasciarci soli e abbandonati a noi stessi neppure quando ci
cacciamo nei vicoli ciechi del nostro peccato: Lui che è senza peccato è
stato reso peccato dal Padre perché noi fossimo in Lui giustificati.
Il bambino che adoriamo è, come annunciano gli angeli, il nostro SALVATORE.
Sì, abbiamo bisogno di essere salvati, strappati dal non senso, liberati
dall'incapacità di amare, Non ce la facciamo a salvarci da soli, a bastare a
noi stessi. Solo l'Emmanuele, il Dio-con-noi, nella misura in cui lo
accogliamo realmente nella nostra vita e nella nostra persona, ci libera
dalla solitudine dal vuoto che ci minaccia.
E questo bambino nasce a Betlemme, che significa in ebraico "casa del
pane". Il Verbo si fa carne nel grembo di Maria per essere pane
vivo disceso dal cielo, pane che alimenta la nostra vita, pane che
sostiene la nostra fatica, pane che dà sapore allo scorrere dei giorni, pane
che ci rende fratelli, che fa di tutti noi un solo corpo.
La seconda esperienza di cui parlavamo poco sopra è quella del senso di
stanchezza, la paura di non farcela, di non essere all'altezza delle nostre
responsabilità, dei compiti che ci sono affidati nella vita. Ci sono dei
momenti, e questi capitano sempre più spesso oggi, in cui abbiamo la
percezione di non farcela più, di non poterne più. Come accadde al profeta
Elia, perseguitato a causa della sua fedeltà al Dio di Israele, fuggito nel
deserto, desideroso di morire per essere liberato da quella prova troppo
pesante. Proprio nel momento in cui sperimentò questa crisi profonda,
svegliatosi trovò accanto a sé delle focacce di pane e un po' d'acqua e
udì la voce di Dio che gli suggerì: "Alzati e mangia". Così,
nutrito e corroborato da quel pane, giunse alla santa montagna di Dio, l'Horeb
dove Dio gli si manifestò nella "voce di silenzio".
Anche noi, spesso provati dalla vita, abbiamo bisogno di nutrirci di questo
pane, che è Gesù Cristi presente nel Sacramento dell'Eucaristia nell'atto
di donarsi al Padre per la vita del mondo.
Accogliendo con stupore e riconoscenza questo immenso dono di Dio, anche noi
riceviamo la forza di "farci dono", di donare la nostra vita a Dio
e ai fratelli.
Sia questo il nostro Natale di quest'anno e allora sarà davvero un BUON
NATALE!
Auguri carissimi a ciascuno di voi!
Don Paolo, Don Nando, Don Simone
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