“Lo
avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc.2,7)
Così l’evangelista Luca racconta i gesti semplici e materni di
Maria, subito dopo aver dato alla luce il suo figlio primogenito,
Gesù. Il mistero del Natale, ogni anno è capace di stupirci in
modo nuovo e di rivelarci qualche aspetto inedito dell’amore di
Dio per noi e quindi anche del nostro amore per gli altri,
riportandoci al senso ultimo della vita.
Quest’anno, in particolare, il cammino della nostra comunità
parrocchiale tiene presenti due obbiettivi, che diventano anche due
atteggiamenti: il coinvolgimento e la speranza (“Coinvolti dall’amore
di Dio, testimoni di speranza”).
Il racconto della nascita di Gesù nel Vangelo di Luca narra proprio
il coinvolgimento di Dio con la nostra vicenda umana. Il mistero
dell’incarnazione rivela il modo con cui Dio ci ama, un modo che
sconvolge le immagini con cui, solitamente, ci raffiguriamo o
pensiamo il rapporto tra Dio e l’uomo. Noi pensiamo ad un Dio che
dall’alto della sua divinità, si china a donare aiuto alla povera
umanità. Ma il Vangelo dice ben di più: Dio decide liberamente e
gratuitamente di lasciarsi coinvolgere dalla condizione umana, resa
tragica dal peccato, e manda il suo Figlio a condividere in tutto,
eccetto il peccato, la nostra condizione. Poi S. Paolo arriverà ad
affermare che “colui che non aveva conosciuto il peccato, Dio lo
ha reso peccato per noi, perché noi ne fossimo liberati".
Questa scelta di Dio, manifestata nell’incarnazione del suo
Figlio, ci comunica tre atteggiamenti capaci di trasmettere novità
alla nostra vita:
l’appartenenza, il servizio, la speranza.
Oggi rischiamo di sentire l’appartenenza come un limite, come
qualcosa che limita la libertà: appartenere a una persona nel
matrimonio, appartenere ad una famiglia, ad una comunità.
Siamo tentati di vivere come nomadi, sperimentando molteplici
appartenenze, ma senza sceglierne definitivamente una che dia senso
e identità precisa alla nostra vita. Dio ha scelto di incarnarsi,
di farsi uomo, di appartenere ad un popolo, ad una cultura, ad una
famiglia per comunicare la pienezza della sua vita a tutti i popoli,
a tutte le culture e a tutte le famiglie. Solo se decidiamo di
appartenere a qualcuno, ad una comunità e se coltiviamo il patto di
fedeltà, implicito nell’appartenenza d’amore, diventiamo maturi
come persone e realizziamo la vera apertura alla relazione,
costitutiva del nostro essere. Gesù vivrà poi la sua appartenenza
al Padre e all’umanità come un servizio d’amore, come un’offerta
totale di sé. Ed il servizio appare anche nel modo con cui Giuseppe
accudisce Maria, nella dedizione di Maria a Gesù, negli angeli che
portano l’annuncio ai pastori, nei pastori che annunciano l’evento
alla gente che incontrano. Sì, la speranza rifiorisce nella vita
quando, sostenuti dalla grazia di Dio, decidiamo liberamente di
appartenere, di assumerci le responsabilità, di “patire” le
situazioni spesso complesse della nostra esistenza, di starci dentro
con tutto il nostro essere, facendo di questa appartenenza un
servizio d’amore.
Così può sempre rifiorire la speranza, così Gesù, nostra
speranza, fa rinascere la speranza nei nostri cuori e nel mondo
intero.
Buon Natale con tutto il cuore!
Don Paolo
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