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Dolore e sconcerto per la tragedia dei coniugi
Cammarota
Il dramma di Lorenza Luppi e Tommaso Cammarota nelle
omelie di don Paolo al funerale e di don Simone la domenica successiva,
del vescovo nel messaggio al comandante.
Forti sentimenti di dolore, sconcerto, sofferenza
hanno scosso la comunità di Cerese e un po' tutta la comunità mantovana
per la tragedia della disperazione consumatasi alle prime ore di martedì
12 settembre e scoperta nel primo pomeriggio. Un omicidio-suicidio che
aveva coinvolto Tommaso Cammarota, finanziere di 47 anni, e Lorenza Luppi
di 43, sua sposa da pochi anni, che otto anni fa fu investita rimanendo
paralizzata e quasi incapace di esprimersi. Se ne è fatto interprete don
Paolo Gibelli, parroco, nell'omelia delle esequie, di fronte ad una chiesa
gremita, al picchetto d'onore delle Fiamme Gialle, al sindaco. "La
nostra comunità è affettuosamente vicina ai familiari di Lorenza e
Tommaso, al Corpo della Guardia di Finanza, a tutti i parenti ed
amici". Vi si aggiungeva il vescovo, mons. Caporello, nel
messaggio inviato al comandante della Caserma di Corso Garibaldi,
colonnello Dino Pagliari, e letto al termine della celebrazione da don
Pierpaolo Villa, del Servizio di Assistenza Spirituale del Corpo presso la
sede di Milano: "Sono partecipe della sofferenza dei famigliari,
del dolore che coinvolge anche Lei e i colleghi, per la memoria di Tommaso
e Lorenza, che lasciano tutti sorpresi in un sofferto raccoglimento".
La prima lettura (Lamentazioni 3,17-26) esprimeva
la loro esperienza in termini di lontananza dalla pace, dimenticanza del
benessere, di scomparsa della dignità della persona, della speranza
proveniente dal Signore. "Dov'era Dio in quest'esperienza in cui la
morte e la forza di distruzione sembrano aver preso il sopravvento? Le
misericordie di Dio non sono finite - proseguiva Lamentazioni: no,
Dio non è assente da questa tragica esperienza. Ma per sperimentare la
sua salvezza, per sentire l'amore che ci vuole comunicare, ci chiede di
fare silenzio, di interrompere chiacchiere, mormorazioni e curiosità per
accogliere e ascoltare la sua Parola: "È bene aspettare in silenzio
la salvezza del Signore".
"Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?" si chiede S.
Paolo nella seconda lettura (Romani 8,31-39): "Chi accuserà gli
eletti di Dio? Dio giustifica". Ecco la prima parola che Dio ci
offre: Dio guarda con misericordia Lorenza, provata dalla sofferenza di
questi otto anni. Dio guarda con misericordia anche Tommaso, che non ha
retto di fronte alla sofferenza della moglie. Dio rivolge la sua
misericordia su parenti e amici e sulla nostra comunità: per guarire la
profonda ferita inferta con questo gesto. In Gesù agonizzante sulla croce
(Marco 15, 33-39; 16,1-6) ha sperimentato la prova e la lontananza da Dio
a nostro favore, al nostro posto.
Ma Dio oggi ci rivela anche una parola di verità, di discernimento, per
orientare al vero bene le nostre scelte. È stato scritto in questi giorni
che quello di Tommaso è stato un estremo gesto d'amore. Forse nel suo
animo provato dalla sofferenza può anche averlo interpretato così. Ma in
verità la soppressione della vita di un altro e della propria vita non
sono mai un atto d'amore. Se un amore questo gesto ha rivelato, era un
amore stravolto, un amore di cui sentivano l'esigenza e cui non si è
riusciti a rispondere. Accudire Lorenza nelle condizioni in cui si trovava
era impegnativo e gravoso, richiedeva un dono di sé a lungo andare
logorante; non era agevole accettare la sofferenza della moglie, e nemmeno
la propria che di quella era il riflesso. E questo amore esigente e
faticoso ("ereditiamo la memoria di un amore indicibile, che
Lorenza e Tommaso, pur tanto provati, hanno vissuto" notava il
vescovo nel suo messaggio) è reso ancor più difficile dal clima di
indifferenza che a volte respiriamo nelle nostre comunità, dalla fretta,
dall'inseguire solo i nostri progetti e pensieri che ci porta a volte a
dimenticarci delle sofferenze dell'altro. Non è stato allora un gesto
d'amore, ma un momento di cedimento, di vertigine, di estrema debolezza,
che diventa per noi un appello al vero amore: "Questi momenti
misteriosi - gli faceva eco il messaggio del vescovo - sfondano
l'ombra che ci rattrista, e - anche in un solo spiraglio della nostra fede
- consegnano la tensione, per quanto traumatica, del loro amore a sostegno
dei nostri compiti e dei nostri servizi di solidarietà". Dio ci
doni la forza di amare e servire la vita umana anche quando la sua
qualità è menomata, ci doni di essere più vicini alle persone e alle
famiglie provate dalla malattia o disabilità di qualche suo membro, ci
doni di diventare una comunità solidale nell'accogliere e servire la vita
umana dal momento del suo concepimento a quello dell'ultimo respiro.
La comunità, dunque: "dov'era, in questo e altri drammi che ci
interpellano?" si è domandato il vicario nell'omelia delle S.
Messe della scorsa domenica, sviluppando il discorso alla luce delle
letture proposte (servo sofferente; fede e opere; prendere su di sé la
propria croce e seguire Gesù, salvare la vita perdendola). "In
tanti, in questi giorni, mi hanno confessato di sentirsi responsabili
della loro solitudine. Eppure quale vicinanza avrebbero potuto accogliere
senza considerare invadenza, quale solidarietà e quale condivisione
avrebbero potuto arrestare la spirale che ha soffocato la loro voglia di
vivere, di lottare?". Non parole di consolazione servono in
queste circostanze: solo il rapporto con Dio permette di opporsi a chi
consigliava Tommaso di rifarsi una vita, a chi commentava l'evento
riconoscendo che è stato meglio così. Perché il rapporto con Dio
diventa vero proprio nella prova, aprendo alla salvezza una vita che,
dedicata a un coniuge in quelle condizioni per causa di Cristo e del
vangelo, appare perduta. Allora una comunità può coinvolgere nel
rapporto con Dio se i suoi membri sanno rimane dentro le prove, perché
fanno parte della vita, senza fuggirle con la fretta e l'indifferenza,
quasi illudendosi che non ci coinvolgeranno. Può mostrare con le opere
quella fede che sola permette di sopportare la sofferenza per amore solo
chi è disposto a pagare di persona sapendo riconoscere le prove che lo
affliggono, ridicendosi ogni volta la fatica ma anche le motivazioni con
cui le affronta.
Don Simone Zacchi
Omelia di Don Simone
Domenica 17 settembre 2006
XXIV T.O. B 2006 (Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35)
Eccoci qui, convocati come ogni domenica dal Signore risorto. Portiamo
il nostro bisogno che la sua Parola squarci le tenebre che rischiano di
avvolgerci col peso della sofferenza, del male, dell'odio, del non senso
che sperimentiamo durante la settimana, portiamo il nostro desiderio che
la nostra vita abbia un senso buono, una direzione promettente, nonostante
le prove, o forse proprio grazie alla fedeltà alla vita che esse ci
richiedono. E il Signore oggi ci interpella, ci coinvolge. Attraverso le
letture che abbiamo ascoltato ma anche, soprattutto in questa settimana,
attraverso gli eventi che hanno coinvolto la nostra comunità. Ci
interpella la vicenda di Lorenza e Tommaso, che si sono lasciati
inghiottire dal peso di una fedeltà reciproca che da soli non erano più
in grado di portare. Dov'era Dio in quest'esperienza in cui la morte e la
forza di distruzione sembrano aver preso il sopravvento? Se lo chiedeva
don Paolo nell'omelia del funerale. Dov'era la comunità?, viene ancora
più spontaneo chiedersi di fronte a drammi come questo. In tanti, in
questi giorni, mi hanno confessato di sentirsi responsabili della loro
solitudine. Ma quale vicinanza avrebbero potuto accogliere senza
considerarla invadenza, quale solidarietà, quale condivisione avrebbe
potuto arrestare la spirale che ha soffocato la loro voglia di vivere, di
lottare? E oggi non pretendiamo di dare risposte esaustive. Ognuno darà
la risposta che la sua esperienza e il suo cuore possono dettargli. Ma noi
crediamo che sia importante già porle, le domande, perché inizi la
ricerca. Così riprendiamo soltanto alcuni dei raggi con cui la Parola che
abbiamo ascoltato illumina la nostra esperienza. Così abbiamo ascoltato:
[Is vv. 5c-7b - non mi sono tirato indietro=> rendo la mia faccia dura
come pietra] Come non riconoscere, negli otto anni di prova dei due sposi,
una realizzazione di queste parole? Lo stesso vale per alcune delle parole
del Salmo: mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi.
Mi opprimevano tristezza e angoscia. Non avrebbero forse potuto farle
loro? Di fronte a questi drammi le parole di consolazione non servono,
anzi, rischiano di suonare beffarde. Che cosa, allora, può servire?
Continua il Salmo: ho invocato il nome del Signore "Ti prego,
salvami!"; e il profeta Isaia: Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio
e il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, so di non
restare deluso. È il rapporto con Dio che può arrestare la spirale che
soffoca la voglia di vivere. È il rapporto con Dio che permette di
affrontare chi consigliava Tommaso di rifarsi una vita o chi, venerdì
appena uscito dalla chiesa, diceva: è stato meglio così! Ma il rapporto
con Dio raggiunge la sua verità proprio attraverso la prova. Può infatti
essere difficile riconoscere il Cristo nella debolezza dell'uomo Gesù. Ma
non basta scoprire la sua identità di Cristo, che significa unto, unto di
Dio, e dunque il liberatore politico-religioso atteso. Non basta
professarla a parole senza accettarne le conseguenze nella vita, come ha
fatto Pietro. Anzi, forse di fronte alle prove altrui la fede professata
è ancora più esposta al fraintendimento, al rischio di restare morta,
inutile. L'opera che Gesù chiede alla nostra fede è quella di rinnegare
noi stessi, prendere la nostra croce e seguirlo. Seguirlo dove? Il figlio
dell'uomo doveva molto soffrire, essere riprovato, poi venire ucciso e, il
terzo giorno, risuscitare. La pace, la gioia che cerchiamo in Dio non può
risultare dalla fine della sofferenza e delle lacrime: ciò avverrà solo
nell'ultimo giorno, ci assicura l'Apocalisse, e l'aurora di Pasqua si è
sprigionata sul buio del venerdì di passione e sul silenzio del sabato
santo. La pace e la gioia sgorgano quando le lacrime sono trasfigurate,
liberate dalla disperazione. E la disperazione nasce dal non senso: una
vita come quella di Tommaso e Lorenza non aveva senso, Tommaso: rifatti
una vita!, è meglio così!. E invece le lacrime e la prova fanno parte
della vita dell'uomo, essere limitato che nasce e vive nel tempo, che non
può avere tutto e subito, che vive nella fragilità. Chi pretende di
evitare di versare lacrime, e in questo cerca la propria vita, la perde,
perché la rinchiude nella fragilità. Ma in Gesù il Padre ci ha dato se
stesso, per farci vivere la sua stessa vita: il Cristo si è fatto uomo
per riempire di senso le lacrime e la sofferenza di una vita dedicata,
persa, per la fedeltà a delle promesse, a dei volti. Perché chi perde la
propria vita per causa sua e del Vangelo, la trovi. Perché come Lui
possiamo prendere il pane della nostra vita, rendere grazie e spezzarla, e
così facendo trasformare l'apparente maledizione, la prova presente nella
nostra vita, in benedizione, in gesto d'amore. Io non so dove fosse la
comunità di Cerese di fronte a questa tragedia, ma so dove avrebbe dovuto
essere per offrire una vicinanza e solidarietà capace di sollevare lo
sguardo di Tommaso e Lorenza a Dio, di suggerire una strada per rendere
sante le loro lacrime. Ed era di rimanere dentro le prove della vita,
certo senza esibirle o ostentarle, ma nemmeno nascondendole,
minimizzandole, o vergognarsene: forse la condivisione, il portare insieme
i pesi gli uni degli altri, inizia riconoscendo e ridicendosi ogni volta
la fatica ma anche la motivazione con cui affrontiamo le prove che la vita
ci sottopone. La fretta, l'indifferenza, l'inseguire i nostri pensieri e
progetti rischiano a volte di diventare un modo di allontanarle, le prove,
invece di rimanervi dentro, di autoilluderci che non ci coinvolgeranno. Ma
questo clima rende ancor più difficile l'amore e la fedeltà esigente e
faticoso. Solo chi è disposto a pagare di persona può mostrare con le
opere quella fede che sola permette di sopportare la sofferenza per amore.
Intorno a questo altare tra poco chiederemo all'Agnello immolato, al
Risorto che porta i segni dei chiodi, la forza di offrire la nostra vita
insieme a Lui, in obbedienza a Lui, per ritrovarla con Lui.
Don Simone Zacchi
Lettere e commenti di
parrocchiani e amici
Il rischio che vediamo è che anche questo dramma scivoli via e,
dopo l'emozione suscitata, non resti nulla. Per questo VOGLIAMO CHE
RESTINO TRACCE ANCHE SUL SITO pubblicando queste ed eventuali
altre riflessioni di parrocchiani. Perchè Tommaso e Lorenza si sono
sentiti soli ? Perchè non hanno trovato l'amore, l'ascolto di cui il loro
gesto manifestava il bisogno? Per una comunità parrocchiale un dramma di
queste dimensioni è una ferita bruciante. Ci aiuti il Signore, che sa
trarre il Bene anche dal Male, a non voltar semplicemente pagina.
LORENZA e TOMMASO: la voglia di interrogarci
Sono una delle tante persone scosse dal tragico evento di
omicidio-suicidio di Lorenza e Tommaso. Il dolore che rimane nei cuori a
seguito di questo fatto è indicibile, è un dolore generato dall’impotenza,
dal senso della perdita, dal tempo che passa e non ci attende, ma generato
anche dalla "rabbia". Certo essa non aiuta a cambiare le sorti
di Tommaso e Lorenza e tanto meno riscatta le coscienze di tutti noi che
ci siamo ritrovati meri spettatori. E tuttavia, se la intendiamo non tanto
come sentimento cattivo e distruttivo, ma nella sua dimensione di
atteggiamento, vivo, reattivo, di passione che smuove la coscienza e
"punzecchia" il cuore, essa può portarci a riflettere, ad
interrogarci su come renderci persone più sensibili alla vita, al
prossimo, così ché non si oda più, come in questi giorni
accadeva,"..del resto, cosa avremmo potuto fare.." oppure
"..forse, è stato meglio così..".
È questo pizzicore che avverto scorrendo i vari articoli, in particolare
quello che riporta le affermazioni di una psicologa dell’Anffas, l’associazione
famiglie di disabili intellettivi e relazionali. Quella sorta di
indignazione che provo mentre leggo si acuisce nel momento in cui penso
che chi parla è operatrice proprio "nel sociale", a stretto
contatto con persone che affrontano quotidianamente la difficoltà e il
disagio dell’essere e vivere con disabili, ma soprattutto psicologa.
Leggo: "Lui non è riuscito ad entrare nel sociale. Se avesse
esternato di più, se avesse gridato il suo dolore, probabilmente avrebbe
ricevuto un aiuto…". Queste parole mi stupiscono: forse prima di
esprimere valutazioni sullo stato di chiusura e solitudine di Tommaso, per
me del tutto comprensibile, e fermo restando il potere distruttivo che
esso può avere, non sarebbe bene interrogarci con forza su cosa tutti
noi, come "tessuto sociale", potremmo fare? Non dovremmo forse
pensare di escogitare, prima che diventi troppo tardi, un modo per andare
ad aprire le porte incatenate di chi è disperato e bloccato, di chi vive
in una condizione psicologicamente fragile e senza speranza, rinchiuso in
se stesso come erano Tommaso e Lorenza? Provo sconcerto nel pensare che
chi soffre debba gridare più forte per farsi sentire, per far sentire il
proprio dolore. E perché non dovremmo porci con più comprensione verso
chi, forse per pudore e incapacità, non riesce a gridare e ad esternare
il vuoto logorante che porta dentro? Tante persone hanno commentato che
non si sarebbero mai aspettate un gesto simile da Tommaso, nonostante
diversi conoscessero e avvertissero la sua stanchezza. La situazione
sembrava sotto controllo per la dignità e il coraggio con cui lui
mostrava di portarla avanti, fiero anche, perché no, di voler seguire
più personalmente Lorenza. Eppure nei giorni a seguire tutti gli articoli
sono riusciti a definire con tanta precisione la "croce" che
gravava su quella famiglia…
Perché siamo mancati? È stato forse più comodo pensare che fosse tutto
sotto controllo? Avevamo bisogno che venisse a gridare aiuto per
accorgerci che era così disperato? Oppure perché c’erano badanti e
parenti? etc etc…
Io sento di chiedere a me stessa cosa manca alla nostra comunità, ai
nostri cuori, per riuscire ad aprire occhi e orecchie verso chi ci dà
anche solo cenni di stanchezza e sconforto. Quelli di Tommaso forse lo
sono stati, e li abbiamo trascurati o riconsegnati ad altri, a quelli che
secondo noi erano più prossimi. Ed è qui che mi pare sia mancata la
solidarietà, se non di tutti, di molti: del conoscente incontrato dal
panettiere, dell’amico di vecchia data, che dopo l’incidente non ha
più trovato la forza e il coraggio di camminare con loro, del vicinato
che osserva ma poi ritorna nella propria reale o apparente tranquillità,
delle persone che proprio per loro forza, fortuna e grande fede in Dio
sono riuscite a chiedere aiuto e vivono il dono di condividere i propri
drammi personali, di tutti coloro che hanno fede e credono fortemente che
essa possa dare speranza a chi non l’ha…di tutti… Tutti siamo tenuti
ad interrogarci in che misura spettasse a Tommaso e Lorenza non isolarsi e
chiedere aiuto e in che misura avremmo potuto dare noi quei segnali di
braccia tese, di vera empatia e carità che solo Dio sa insegnarci. Con
forza e coraggio
Una lettrice di Cerese
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