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Riassunto del Discorso di Papa Benedetto XVI a
Ratisbona sull'Islam
VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI A
MÜNCHEN, ALTÖTTING E REGENSBURG (9-14 SETTEMBRE 2006) - INCONTRO
CON I RAPPRESENTANTI DELLA SCIENZA
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Aula Magna dell'Università di Regensburg, Martedì, 12 settembre 2006
Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni.
Qui abbiamo vissuto un'esperienza di universitas - una cosa a cui anche
Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa - l'esperienza, cioè del
fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci
rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo
nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così
insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione
- questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era
fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse,
interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che
necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas
scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui
correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. resti
necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e
ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede
cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione
indiscussa. Anche di fronte alla convinzione di uno dei colleghi che
riteneva che le due facoltà teologiche si occupassero di una cosa che non
esisteva - di Dio.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita
dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto
imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri
d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su
cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente
l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra
il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi
ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli
del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito
delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si
sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente
anche sempre di nuovo sulla relazione tra le - come si diceva - tre
"Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento -
Nuovo Testamento - Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa
lezione; vorrei toccare solo un argomento - piuttosto marginale nella
struttura dell'intero dialogo - che, nel contesto del tema "fede e
ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza
per le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (διάλεξις
- controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della
jihad, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura
2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È
una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto
stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente,
l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e
fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui
particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono
il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo
sorprendentemente brusco, brusco al punto da stupirci, si rivolge al suo
interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra
religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò
che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose
cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della
spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi
pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni
per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa
irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la
natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non
agire secondo ragione, „σὺν
λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è
frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla
fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare
correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per
convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio
braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui
si possa minacciare una persona di morte…".
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione
mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla
natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore,
come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è
evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente
trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre
categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto
Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale
rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato
neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a
noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche
l'idolatria.
A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella
realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in
modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in
contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale
sempre e per se stesso?
Excursus biblico e di storia della filosofia:
Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto
tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero
greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della
storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale - un
dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è
sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo
sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta
storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente:
questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio
di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con
ragione, si può chiamare Europa.
La Riforma luterana vide però la fede condizionata totalmente dalla
filosofia, determinata dall'esterno in forza di un modo di pensare che non
derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola
storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema
filosofico. Occorreva liberare la fede dalla filosofia per farla tornare
ad essere totalmente se stessa.
Nel XIX e XX secolo un filone della teologia distingueva il Dio dei
filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio dei filosofi ed il
Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Si trattava di ritornare al semplice
uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le
elaborazioni della teologia e, appunto, della filosofia greca: sarebbe
questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo
religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore
della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un
messaggio morale umanitario. Il cristianesimo viene liberato da elementi
apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella
divinità di Cristo e nella trinità di Dio.
Dio viene considerato un problema non trattabile dalla scienza, dalla
ragione, poiché la certezza scientifica si basa sulla possibilità di
controllare la verità o falsità di una affermazione mediante
l'esperimento: Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di
matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che
pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così
anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la
psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a
questo canone della scientificità. se la scienza nel suo insieme è
soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una
riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè
quelli del "da dove" e del "verso dove", gli
interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto
nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza"
intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo.
Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare
religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa
in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la
religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono
nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione
pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della
religione e della ragione - patologie che necessariamente devono
scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni
della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei
tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o
dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.
L'ethos della scientificità è volontà di obbedienza alla verità e
quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni
essenziali dello spirito cristiano. Ma con tutta la gioia di fronte alle
possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste
possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo
solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo
la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile
nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza.
In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e
umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come
interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto
nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e
delle religioni - un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel
mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione
positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma
le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa
esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle
loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è
sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace
di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione
propria delle scienze naturali porta in sé un interrogativo che la
trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve
semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la
corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti
nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso
metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve
essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare
- alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per
la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle
tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede
cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa
significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e
rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei
colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate,
e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo
dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita
prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo
modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno".
L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli
interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo
un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il
rifiuto della sua grandezza - è questo il programma con cui una teologia
impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del
tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos,
è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla
sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo
grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo
delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di
nuovo, è il grande compito dell'università. |
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