Terra Santa
articolo di Lorenzo Rossi tratto da www.seminariodimantova.it

Pensare oggi alla Terra Santa significa ormai -è quasi come fare due più due- ricollegare quest’angolo del Medio Oriente, così carico di spiritualità e suggestione, dove si sono sviluppate tre grandi storie di fede, quella ebraica, quella cristiana e quella islamica, ai sanguinosi conflitti che dilaniano queste culture millenarie, che mai stabilmente sono riuscite ad instaurare un tempo di convivenza pacifica e di reciproca fratellanza
Mai come oggi -forse- la parola interculturalità è fuori luogo in relazione alle vicende di questa terra!
Eppure -per quanto lontano ed erudito possa apparire il riferimento- c’è stato un tempo in cui la pia imperatrice Eudocia, da Bisanzio qui ritiratasi al termine della propria vita, permetteva agli ebrei l’accesso alla città di Gerusalemme, da secoli precluso loro; pena la morte!
C’è stato un tempo in cui i musulmani, con grande rispetto, spalancavano le porte dei rispettivi luoghi santi ad ebrei e cristiani, nonostante i libri di storia ricordino più comunemente le crudeli atrocità ora degli arabi infedeli, che sbarravano l’accesso ai pellegrini cristiani, ora dei barbari crociati che presuntuosamente calpestavano una cultura evoluta e fiorente come quella araba.
E ancora c’è stato un tempo -e non è affatto lontano- in cui il papa Paolo VI abbracciava, per la prima volta dopo secoli, il patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora.
E infine c’è stato un tempo -parliamo di pochi anni or sono- in cui, venendo a Nazareth, potevi ammirare la fraternità con cui la comunità palestinese islamica viveva con quella sempre palestinese ma di fede cristiana; questo -certo- prima che ci si mettesse di mezzo l’integralismo, ci racconta padre Alvaro, dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld, che abbiamo piacevolmente incontrato a Nazareth.
Questi pochi esempi, che abbiamo potuto raccogliere durante il viaggio, come gocce -ce ne rendiamo conto- nel mare di odio che da sempre ha prevalso da queste parti, per dire che qualche germe di pacifica convivenza è disseminato qua e là nelle vicende ribollenti di questa terra e ancora attende di germogliare, e crescere, e di farsi finalmente saldo e duraturo albero di pace!
E’ bello pensare che c’è stato anche questo e che probabilmente c’è ancora, perlomeno come eredità da riscoprire e promuovere, nel DNA di queste culture, nonostante le notizie pessimistiche che ci passano i media e i presagi infelici che ognuno di noi può farsi a casa propria, semplicemente leggendo un giornale, o -come noi- venendo qui e parlando con qualcuno. C’è gente che non sa più in cosa sperare, o perché costretta ad emigrare all’estero (e il Canada o l’Australia non sono certo dietro l’angolo!) dal momento che di turisti, e di lavoro quindi, non ce ne sono più, come i cristiani che qui vivono da duemila anni; o perché rinchiusa in qualche specie di riserva, delimitata da un muro e presidiata da militari agli infiniti posti di blocco che occorre superare per passare da un territorio palestinese all’altro (in tanti, da anni, attendono di poter uscire per lavoro, per ricongiungersi a un famigliare, o semplicemente per viaggiare!); o perché minacciata quotidianamente dal terrore di attacchi kamikaze da parte dell’integralismo islamico, come gli ebrei (e fa veramente effetto veder girare nelle piazze giovani militari, ragazzi e ragazze, pressappoco della tua età, che imbracciano il mitra!).
Il nostro padre Alvaro, quando ingenuamente gli chiedevamo se mai vedesse una via d’uscita a questo terribile guazzabuglio, prima si è messo le mani nei capelli e poi -credo inconsciamente- ha guardato in alto, suggerendoci l’unica risposta possibile: è dall’Alto che nasce la comunione!
E mi ha fatto pensare a una cosa: qui, in “Terra Santa”, è quasi impossibile non essere, per così dire, in comunione di preghiera, perché quando sei in chiesa a pregare, senti il canto nasale del muezzin, che dall’alto del minareto invita alla preghiera e in questo e in tanti altri modi, ti accorgi che mentre tu ti stai rivolgendo a Dio, tanti altri ebrei e mussulmani lo stanno facendo con te; e -dopo alcuni giorni- quando alle cinque del mattino, ancora una volta senti penetrare dalle finestre, spalancate per il caldo, le stesse melodie metalliche, che salmodiano all’infinito i nomi di Dio, non ti preoccupi più di esserti svegliato nel bel mezzo della notte, ma senti che anche a te, prima di voltarti nel letto e di riprendere il sonno, sale dal profondo del cuore una preghiera notturna a quel Dio che qui ha un solo identico nome, Allah, sia che tu sia islamico, sia che tu sia cristiano!
E’ questa l’unica, grande “interculturalità” che abbiamo sperimentato nell’inseguirsi incalzante degli inviti a guardare in alto e questo ci ha fatto pensare che, forse, qui una via per la convivenza pacifica esiste e la si sta già percorrendo quando, ancor prima della politica, della diplomazia o degli interessi economici, si intraprende la via della preghiera, non perché la comunione con Dio risolva magicamente tutti i nostri problemi, ma perché è la sola cosa che può trasformare l’uomo nel profondo: è la presenza di Dio in noi, nella storia, che ci rende costruttori di pace!
Questa terra, dove Gesù ha vissuto, a prescindere dalla storicità e dall’attendibilità dei luoghi visitati, ci ricorda in questo senso cosa significa dire “Dio si è rivelato e si rivela nella concretezza della storia”: il cammino di Dio con l’uomo è avvenuto nella storia del popolo di Israele prima, dell’uomo Gesù di Nazareth poi, e continua ad avvenire negli eventi concreti della storia umana e negli avvenimenti più comuni della vita personale di ognuno.

Lorenzo Rossi, Mantova

 

www.parrocchiadicerese.it    (agg.  18/03/2005 )
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