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Incontro
di Vicariato 17 febbraio 2005
Bisogni
sociali e risorse del nostro territorio
Quali sono le attività più importanti di una parrocchia? A giudicare
dalle energie profuse, la catechesi per l'Iniziazione Cristiana (confessione,
prima comunione, cresima) dei fanciulli, forse anche la pastorale degli
anziani. In realtà dovremmo, preti e laici insieme, dedicare più tempo ad
ascoltare il mondo in cui viviamo così da abituarci a riflettere su di esso,
a capirne i cambiamenti e a trovare modalità incisive di intervento anche in
sinergia con le strutture pubbliche. È questo l'unico modo per evitare di
illudersi che la realtà corrisponda ai nostri schemi, con la conseguente
frustrazione per l'incapacità della vita ecclesiale di favorire la lettura
della realtà e l'intervento su di essa. Ma ancora più grave diventa la
mancata accoglienza esercitata verso persone di cui non si riescono più a
riconoscere i bisogni reali, a fronte del perentorio invito di S. Paolo: "La
carità non abbia finzioni… non siate pigri nello zelo… Siate lieti nella
speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti
per le necessità dei fratelli, premurosi nell'ospitalità" (Rm 12,
9-14).
È il brano della Parola di Dio con cui giovedì 17 febbraio presso la
sala parrocchiale di Cerese don Mauro Allegretti ha dato inizio all'incontro
su "Bisogni sociali e risorse del nostro territorio"
organizzato dai presbiteri del vicariato Madonna delle Grazie.
Ospiti del secondo incontro dedicato all'ascolto della realtà che cambia (il
primo, nel maggio 2004, fu dedicato ai mutamenti socio-economici e i loro
influssi sulla famiglia e il lavoro, nel prossimo maggio si ascolterà la
realtà dello sport e tempo libero) i dirigenti dei servizi sociali dei
comuni di Bagnolo S. Vito (Mari Silvio), Borgoforte (Pecchini Anna),
Curtatone (Scipioni Valentina), Virgilio (Gamberini Rita).
DEI DIRITTI E DEI DOVERI
Perché occuparsi dei bisogni? Forse perché l'ha chiesto Gesù, o S.
Paolo o per senso di giustizia? Anche. Fu fino al 1890 che in Italia la
risposta ai bisogni della popolazione fu affidata alla beneficenza privata,
opere pie e filantropi: la prima legge del settore, nel 1862, si limitava a
regolare la liberalità dei privati. Fu appunto la legge Crispi (1890) a
riconoscere che l'intervento in campo sociale rientrava tra le responsabilità
pubbliche: tra le conseguenze di questo riconoscimento ci fu la
trasformazione delle Opere Pie in IPAB (Istituti di Pubblica Assistenza e
Beneficenza). Una responsabilità, tuttavia, che sembrava fondarsi più sulla
buona volontà delle istituzioni che su principi universali: il carattere
discrezionale delle prestazioni erogate dalle istituzioni fasciste era
funzionale all'idea di uno stato paternalista. Fu solo con l'entrata
in vigore della Costituzione Repubblicana (1 gennaio 1948) che si riconobbe
nei diritti inderogabili della persona umana il fondamento dei doveri dello
stato. La visione cristiana della centralità della persona umana,
anche attraverso i forti richiami di esponenti cattolici in seno
all'Assemblea Costituente (tra essi Giuseppe Dossetti), arrivò a plasmare in
profondità la prima parte del testo, fino a costituire da modello alla
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, approvata in sede ONU nel
dicembre 1948.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo (…)
e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale -art 2. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (…);
è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana (…) -art. 3. La
Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali;
attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento
amministrativo -art. 5. La Repubblica tutela la salute come fondamentale
diritto dell'individuo e interesse della collettività -art. 32. Ogni
cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha
diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto
che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in
caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione
involontaria. Gli inabili e i minorati hanno diritto al mantenimento e
all'assistenza sociale (…)-art. 38.
L'ASSISTENZA SOCIALE
Sanciti i diritti (li abbiamo formulati per esteso per far apprezzare la
ricchezza del testo costituzionale, mai sufficientemente conosciuto e
assimilato - sempre nel vicariato, a Montanara, si sta svolgendo il seminario
di politica "Dalla Costituzione italiana a quella europea")
rimaneva da dar loro contenuti concreti. È a partire dal 1970, con
l'entrata in funzione delle regioni e col 1972, delega delle funzioni
statali, tra cui anche i servizi sociali, che il concetto di assistenza
sociale acquisisce una sua consistenza autonoma rispetto alla sanità
e alla previdenza sociale. Ma è solo nel 1990, con le leggi 142 (ordinamento
delle autonomie locali) e 241 (trasparenza e partecipazione) sono stati
fissati criteri omogenei per l'erogazione dei contributi, superando la
discrezionalità che finora aveva caratterizzato il settore. La riforma
Bassanini sulla sussidiarietà e il federalismo amministrativo (1997, con la
costituzione del Fondo Nazionale Politiche Sociali), la legge quadro 328/2000
(sistema integrato di interventi e servizi sociali - permette di abrogare la
legge Crispi), la modifica dell'art. 117 della Costituzione danno attuazione
al principio di sussidiarietà verticale (stato-regione-provincia-comune:
le funzioni, tranne quelle specificate, non sono più di competenza dell'ente
superiore, ma di quello più vicino al cittadino) e orizzontale (comune-cittadini-associazioni,
determinanti per garantire un livello minimo di qualità della vita). Se lo
stato ha mantenuto la prerogativa di definire i livelli minimi di assistenza,
con la legge regionale 1/2000 la Lombardia ha emanato le linee guida per i piani
di zona (utilizzo delle risorse nazionali per promuovere e raggiungere
obiettivi di politica sociale), a coordinare gli interventi degli enti di un
distretto. Il distretto di Mantova, che riunisce 16 comuni, gestisce le aree
emarginazione, disabilità, contribuzione per non-autosufficienti, ha
coordinato gli assistenti sociali, ha costituito il tavolo
"affido".
I BISOGNI
La sussidiarietà rimane un contenitore vuoto se non si accompagna al
principio di solidarietà, per cui ciascuno si sente responsabile di
tutti. La rilevazione dei bisogni rimane competenza dei Comuni, che erogano
servizi per famiglie e minori, giovani, disabili, anziani, immigrati ed
emarginati, ma la logica è diventata quella di "rete",
in cui privato sociale, associazioni sportive e di volontariato, scuola,
forze dell'ordine, parrocchie, famiglie e comune impegnano la propria
specificità a servizio del bene comune. Solo così si può arginare la
fibrillazione di un tessuto sociale la cui tenuta era finora garantita dalla
forza dei legami familiari, oggi sempre più messi alla prova dall'emergere
di nuove forme di vulnerabilità. Dalle dipendenze "senza
sostanze", che coinvolgono fette sempre più ampie di popolazione(gioco
d'azzardo, internet cellulari e videogiochi, shopping, lavoro) alla
precarietà economica (per il differimento dei debiti o la diffusa
precarietà delle carriere), a patologie quali depressione, alzheimer,
demenze senili; dagli immigrati alle famiglie monoreddito, ormai in
situazione di prepovertà. Un quadro forse sconfortante, ma di cui è
necessario tener conto anche per convertirsi al lavoro di rete, l'unico che
può risultare incisivo a fronte della portata dei problemi. Un quadro che fa
appello alle Caritas parrocchiali, perché riescano a dare un nome e a
riempire con la prossimità i numeri delle tante tabelle proiettate nella
serata. |
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