Pellegrinaggio in Terra Santa anno 2000
L'esperienza oltre la cronaca: incontri, persone, parole dal diario di un seminarista

I DUBBI
C'ero già stato in Terra Santa: a Gerusalemme avevo passato l'ultimo dell'anno nel '94 con alcuni capi scout, tanti parrocchiani e l'Azione Cattolica di Bologna. Così non ero entusiasta all'idea di tornarci e rivedere al 90% gli stessi luoghi, a sentire più o meno le stesse parole, a rivivere le stesse esperienze (dalla traversata del lago di Tiberiade al bagno nel Mar Morto). Un debito da pagare al Giubileo e alla mania dei pellegrinaggi: altro che un regalo, quello del benefattore che ha sponsorizzato la settimana di pellegrinaggio (29/6 - 6/7) per l'intero seminario (11 studenti di teologia, 8 delle superiori, 3 educatori)! Non fosse stato per l'occasione di condivisione al di fuori del periodo scolastico e con altri preti (Crivelli, Peretti, Tazzoli), qualche amico e familiare (alla fine il gruppo era di 38); e di fare il viaggio e un'esperienza parallela con il gruppo degli oltre 60 pellegrini guidati da don Tonino Frigo (soprattutto dalle comunità di Moglia di Sermide e Villa Poma, coi loro parroci - loro almeno sono stati anche in Giordania…), sarei partito privo di motivazioni. Anche perché ho dovuto rinunciare ad un'esperienza di formazione culturale, mentre di pellegrinaggi avevo già in programma le 4 settimane a piedi fino a Roma.
DIO SI RIVELA NELLA STORIA
La premessa mi sembra indispensabile: perché nel raccontare, come mi è stato chiesto, il pellegrinaggio del Seminario in Terra Santa "oltre la cronaca" non posso prescindere dalla mia esperienza personale, anche interiore. Da ciò che io ho visto e toccato, dalle relazioni che ho vissuto. Né dal fatto che questo mio atteggiamento di partenza le condizionava fortemente. Ma al contempo le liberava dall'incanto del primo impatto, per svelare la possibilità che solo la terra che ha visto Dio manifestarsi nella storia di un popolo e farsi toccare nella storia di un uomo, Gesù, può offrire: far sì che la nostra "storia" vissuta su di essa diventi il nostro "quinto vangelo", l'annuncio di un incontro col Dio che, Gesù di Nazaret a parte, fa scoprire il suo essere per noi nella storia, al di là di ogni tentativo di porgli dei confini.
I LUOGHI E LE RADICI
Se la fede dei cristiani delle comunità presenti in Israele avesse più radici, se riuscissero a collegare la vita di Gesù con i luoghi in cui si è svolta, forse capirebbero l'importanza di rimanere in questa terra; e questo potrebbe frenare il loro esodo verso Europa, USA o Australia ove la vita è, oggettivamente, molto meno difficile che in Israele. Parola di Daniel, monaco della Comunità di Bose a Gerusalemme: lo diceva ai 12 che sorseggiavano succo di pompelmo nella mansarda dell'appartamento del quartiere ebraico in cui vive con Alberto Mello, a un tiro di schioppo dal Santo Sepolcro (certe esperienze sono riservate a pochi fortunati…). E che la mancanza non sia marginale l'ho scoperto nel Bazar cristiano di Betlemme, dove le agenzie fanno portare i pellegrini: sono tre gli anni di scuola che servono a una guida solo per poter portare i pellegrini nei diversi luoghi oltre ai due per imparare le lingue, mi diceva la 18enne Shurien riponendo le T-shirt, gli occhi sognanti che accarezzavano il sogno di un lavoro. Eppure il vangelo e la vita di Gesù li conosce, mi ha risposto con fermezza…
Allora non è un optional, per la fede e la sequela di Cristo, misurarsi con la sua presenza in luoghi concreti; tanto che il non farlo rende più difficile vivere la propria fede e il proprio essere cittadini nel mondo, facendo di ogni terra la propria patria (quando giocava l'Italia a fare il tifo davanti alla TV dell'albergo c'eravamo tutti, e la sera che i ragazzi del minore hanno giocato a calcetto c'era anche il rettore). Anche se non si è del mondo e la vera patria è in cielo: lo ricorda la "Lettera a Diogneto". Allora la fede non può fare a meno di ricercare le proprie radici, di attingere alla propria fonte in tutte le sue dimensioni; non può restarle indifferente sapere che già pochi anni dopo la morte di Gesù i cristiani si ritrovavano nel luogo ove oggi c'è il Santo Sepolcro, o la casa di Maria o quella di Pietro. Lo avevo sperimentato già nel '94, ma in modo molto più "intimistico": cioè legato alla fede di me, cristiano cattolico romano, in Gesù Cristo.
LE PERSONE, GLI "ALTRI"
Invece la fede riguarda tutti, e tutta la vita: non solo la dimensione religiosa. Le radici, la fede, sono componenti imprescindibili dell'identità di ogni persona, per quanto oggi si faccia a gara per negarlo. E la Terra Santa te lo sbatte in faccia ad ogni piè sospinto- ma bisogna saperlo decifrare. Ovvero leggere l'archeologia e la storia dei popoli, delle culture, delle religioni, proprio gli elementi che rendono unica la Terra Santa anche da questo punto di vista: l'ho compreso quando la mia vicina di Edolo (BS) sull'aereo del ritorno lamentava che la guida del suo gruppo cercava di limitare riferimenti e contatti con le realtà ebraiche e musulmana, e che il suo contributo era quasi solo di carattere "spirituale".
Fede intrecciata a terra, storia e cultura: fede e identità, dunque. È proprio Israele, il popolo ebraico, che sin dai tempi dell'esilio di Babilonia (VI sec. a. C.) deve la sua identità e coesione proprio a questo intreccio, che dopo quasi 2 millenni di dispersione e persecuzioni ha mantenuto la forza per tornare nella Terra Promessa.
L'abbiamo toccata con mano, la forza di questo intreccio, soprattutto al Muro Occidentale del Tempio al lunedì mattina: è il giorno dei Bar Mitz Va, il rito di iniziazione dei dodicenni per la prima volta ammessi a leggere la Torah. Altro che le nostre comunioni o cresime: lì la gioia e l'emozione c'è davvero, passa dal padre che porta il giovanetto sulle spalle alle grida dei presenti, alle madri che lanciano le caramelle da dietro la barriera che separa la loro zona. Questa forza è presente nell'abbigliamento per la preghiera, dal copricapo al pendaglio tra gli occhi, dalla tipica "mantellina" alla striscia di cuoio che avvolge il braccio sinistro. Essa muove il corpo dell'orante nel tipico dondolio simile al pianto, e le mani devote che si distendono a toccare il sacello contenete i sacri rotoli.
Ma l'abbiamo trovata anche nel quartiere armeno, una città nella città le cui porte si chiudono alle ore 22 (ma fino a qualche anno fa erano le 20) e nessuno più può entrare o uscire, salvo i permessi per motivi eccezionali. "Come per gli ebrei, anche per noi stare tra di noi è la cosa più importante: ci troviamo bene!" mi ha risposto un giovane davanti alla porta, alla domanda "Ma cos'è che fa accettare ad un giovane queste condizioni, questa limitazione della libertà?". Un attimo dopo ero davanti al rettore del seminario ortodosso armeno, giusto di là dalla strada, che affidava alle cure di un diacono la timida richiesta di uno di noi di dare un'occhiata all'interno. Quando c'è il rettore anche una semplice passeggiata dopo cena si può trasformare in un'esperienza eccezionale… Ancora una volta una presenza legata ad una storia tragica, fatta di pogrom e povertà, che continua anche oggi: durante il comunismo quello di Gerusalemme era il solo seminario aperto per la chiesa ortodossa armena. Oggi i seminaristi sono 40, ma sono pochissimi quelli che terminano gli studi. Mal comune…
Non più di qualche traccia potevamo scorgerne, della forza di questo intreccio, tra i musulmani, dati i contatti poco significativi. Certo ci ha colpito il fenomeno kefiah: anch'io la portavo ogni tanto, e diverse volte mi hanno fermato per aggiustarmela "alla palestinese". Era a scacchi bianca e nera, e per alcuni di mezza età immediato era il rimando politico ad Arafat. No, non è indifferente ciò che ci si mette, nemmeno per il colore.
Moschee e muezhin che chiamano alla preghiera, tappeti a terra e preghiera in ginocchio. Ma anche i tre bambini di Gerico arrivati per venderci la loro mercanzia poco prima che iniziassimo l'Eucaristia in un anfratto del deserto di Giuda, in vista del monastero di S. Giorgio in Koziba. Hanno aspettato in silenzio per tutta la messa, cercando addirittura di partecipare imitandoci, come nello scambio della pace. Davvero, al di là di questo intreccio (ma, forse, anche e proprio a partire da esso) siamo tutti uomini.
"Diamo a chi ci chiede e ospitiamo tutti, non solo i cristiani. Che si lamentano, perché andiamo a far spesa anche nei negozi dei musulmani. Ma il giorno del compleanno di uno di noi, il fruttivendolo arabo ci ha portato una torta grande così: la nostra presenza è importante anche per i non cristiani…". Sapevamo che a Nazaret c'era una comunità dei piccoli fratelli di Charles de Foucald, proprio nel luogo ove sorgeva il convento di clarisse di cui lui era stato giardiniere per pochi anni per imitare Gesù nella sua "vita nascosta" di Nazaret. Ma fu un caso che per riportarci all'albergo dopo il pomeriggio a Nazaret l'autista ci avesse aspettato proprio davanti al lungo muro grigio al cui estremo c'era la porticina verde del convento. Qualcuno ha bussato, la porticina si è aperta e siamo entrati quasi tutti. Fratel Agostino ci ha accolto con una bevanda fresca, ci ha raccontato della vita semplice della sua comunità, il ramo Charitas Jesus, fatta di lavoro per auto-sostenersi, di accoglienza e di adorazione eucaristica. Anche noi abbiamo sostato nella cappella prima di congedarci.
Particolari erano altre due cappelle in cui siamo stati, proprio mentre facevamo la Via Crucis: quella delle piccole sorelle, in cui ci siamo raccolti per l'VIII stazione, e quella dei monaci etiopi, a un passo dal Santo Sepolcro, nei cui ambienti vivono in grande povertà e santità.
QUALE TERRA SANTA?
È il pianto ciò che più mi ha colpito allo "Yad Vashem", il memoriale dell'Olocausto, luogo ove i milioni di ebrei passati per i camini riposano nel ricordo. Forse nel '94 non ero stato nella hall con i nomi dei campi di lavoro e di sterminio. Mi pareva che la commozione avrebbe dovuto essere maggiore davanti alle terribili foto, o ai resoconti storici, o ai sali del micidiale "Ziklon B": quei nomi scritti per terra e le lampade vicino non riuscivano a toccarmi. Eppure più d'un uomo e d'una donna, nei pochi minuti in cui li abbiamo contemplati, singhiozzavano mestamente dinanzi ad essi. E altri pregavano i salmi, col tipico dondolio che il pianto richiama. Chissà chi piangevano… Parenti e amici sterminati? - ma alcuni sembravano giovani; la sofferenza di un popolo? - ma anche da quella sofferenza è nato lo stato di Israele. Allora, forse, può esserci un altro motivo…
Commentavamo l'abbigliamento di un'avvenente turista seduti nella sala d'attesa all'aeroporto Ben Gurion - in dialetto! "Siete per caso turchi?" mi chiede l'uomo sulla sessantina che mi sta seduto accanto. Cerco di spiegargli, in inglese. Devo anche spiegargli che siamo seminaristi in pellegrinaggio, e allora mi dice che per lui era la quarta volta. Era del Massachussets, negli USA. Ma non mi era chiaro cosa fosse venuto a fare. L'ho intuito quando ha capito che mi preparo a diventare prete: mi ha mostrato un lungo numero nero scritto sulla carne del braccio, e mentre impallidivo ("Capisco…" mi avrebbe poi rincuorato) mi diceva: "Dov'era Dio quando i miei genitori, fratelli e parenti venivano bruciati dai nazisti? E quando gli armeni morivano nei pogrom? E in Bosnia e Kossovo? No, non c'è nessun dio!!!".
Ecco, forse il pianto più amaro è quello per la morte di Dio. Perché se c'è un Dio, è la parte sottintesa, egli non può permettere la sofferenza arrecata agli innocenti. Ma Dio stesso s'è lasciato mettere in croce, in Gesù… non era un buon argomento con un ebreo. L'ho salutato e sono andato via scornato. Eppure di fronte alla stessa domanda suscitata dall'impiccagione di ebrei innocenti, nel libro "La notte" anche Wiesel aveva detto che Dio era lì con loro, era nella sofferenza del popolo di Israele. L'unico volto di Dio che supera l'esame della storia è quello manifestato da Gesù Cristo, quello che risplendeva nel buio sceso sul Calvario: "uomini vanno a Dio nella sua sofferenza", diceva una poesia di Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante impiccato in un lager come prigioniero politico. Dio ci ha mostrato il suo volto 2000 anni fa in Terra Santa, ma la storia ce lo continua a rivelare, e si purificano le nostre comprensioni parziali e distorte. E davvero "Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati" e "l'uno e l'altro è nato in essa" (Sal 87,4-5). E così capisco le parole di don Tonino Frigo: "Quando ho nostalgia, quando non riesco più a vivere bene, a ritrovare Dio nel mio ministero, lascio tutto e torno qua: mi aiuta a pregare…".

Don Simone Zacchi, Cerese

 

www.parrocchiadicerese.it    (agg.  30/01/2005 )
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